Piste ciclabili a Roma, che il 2021 sia l’anno del riscatto

Un ciclista che vive e si muove a due ruote nella capitale non può non augurarsi che il 2021 possa davvero essere l’anno di svolta per le piste ciclabili a Roma e piu in generale in Italia. E’ anche l’auspicio con il quale vorrei poter salutare chi, pur se ‘a mozzichi e bocconi’, ha cominciato a seguirmi da qualche tempo in questa mia avventura.

Piste ciclabili, riparto da Tarquinia, dal vento fermo di Cardarelli e dalla casa al mare

Tutto pensavo fuorché di ritornare a scrivere mezza riga mezza, per giunta su un mio blog e per giunta su un tema a me caro: la bicicletta. E pensare che fino a tre anni fa l’unica bici a mia disposizione era (e lo è tuttora) quella della casa al mare de miei genitori. Sì trova a Tarquinia, divisa tra lido e paese separati dalla via Aurelia, in cui ‘tutto è fermo nel tempo, anche il vento’. Una citazione aihmé non mia (avrei pagato oro perché lo fosse, ndb), ma dell’illustre poeta napoletano Vincenzo Cardarelli, che a Tarquinia vi lasciò il cuore in tutti i sensi visto che lì volle trascorrere gli ultimi anni della sua vita. Ormai il suo inciso è impresso da decenni su una pietra incastonata dentro a un piccolo giardino del suggestivo belvedere in paese. Quello che nelle giornate prive di velatura, quando ti affacci riesci perfino a vedere Viterbo..e oltre. Se poi riesci ad allargare lo sguardo verso il litorale, allora vieni ripagato dallo scorcio, pur se in lontananza, di Giannutri e dell’Isola del Giglio.

Chi mi conosce bene, non di vista, sa cosa possa significare Tarquinia per me. A lei (quando ne parlo la avverto come fosse in carne ed ossa, autentica presenza e non mera rappresentazione oggettiva) devo molto. Per me non è solo un luogo di villeggiatura, ma è casa al mare (al lido); è mia nonna con tutte le coccole e le concessioni ricevute, sono i miei (allora) giovani genitori che si alternavano al lavoro a Roma facendo i pendolari sul treno tutti i giorni della settimana lavorativa, dal lunedì al venerdì.

Per me questo posto rappresenta prolungati momenti di spensieratezza che dopo l’adolescenza difficilmente ho più rivissuto. Forse, pur se a tratti, li ho potuti riassaporare attorno ai trent’anni, ma sempre con intensità via via più sfumate. Tarquinia ‘siamo’ io e mio fratello, che giochiamo a tennis sfruttando il muretto che separa il nostro terrazzo da quello del vicino Mario: non ci ha mai rimproverati (grand’uomo) e se lui non scendeva da Orte con la sua famiglia nei weekend, uno di noi scavalcava per utilizzare la parte del terrazzo accanto, mentre l’altro si accomodava nella propria porzione di ‘campo’. E ancora, siamo io e mio fratello che giochiamo a guardia e ladri rincorrendoci con le biciclette sul nostro di terrazzo (in tutto un centinaio di metri quadri) che faceva da sfogo adolescenziale in estate e perfino nel corso dei numerosi weekend d’inverno. Perché sì, allora erano i rutilanti anni Ottanta, tutti da vivere a Tarquinia : sia con il bello che con il cattivo tempo. Già a ottobre la casa diveniva umida, fredda, tutta da scaldare contando solo su due piccoli termosifoni elettrici che i miei non volevano buttare. Dopo quarant’anni suonati sono ancora lì. Nonostante non scaldassero granché, a ben ricordare, ci si andava anche e soprattutto in quei periodi. Erano i migliori: poca gente e spazi tutti per noi.

Nonostante crescevamo, non smettevamo mai di andarci: ogni fine settimana eravamo lì. Entrambi, siamo riusciti a mantenere questo legame stretto fino ai nostri 23/24 anni: una goduria, soprattutto quando accadeva che mamma e papà rimanessero in città. Allora sì che ti sentivi libero, appagato. Avevi il mondo in mano e potevi fare davvero quello che volevi. Altro che cellulari, tablet e smart tv.

Il mare d’inverno e la bici
che non si ferma mai

Da piccolo alla casa al mare d’inverno ci si andava soprattutto per giocare, per fare tutto quello che nella nostra casa di Roma, in affitto, non ci era concesso poiché non di nostra proprietà. I miei erano così: rispetto delle regole anzitutto.

E allora noi, una volta arrivati, che facevamo? Quello che facevano i ragazzi della nostra età. A 9/10 anni giocavamo, ci rincorrevamo, indemoniati, sulle nostre biciclette, ci picchiavamo selvaggiamente e un minuto dopo eravamo già in grado di riabbracciarci e ridere assieme per una sciocchezza. Mi ricordo l’attimo prima di entrare in casa una volta arrivati al lido: mio padre non aveva neppure il tempo di aprire e posare i bagagli sulla poltrona in velluto accanto al muro alla sua sinistra. Nonostante il salone all’americana fosse ancora buio perché il quadro elettrico era da accendere, io anziché aiutarlo con buste e borsoni gli sfilavo di lato, arrivavo subito alla cinghia della serranda grande, mi ci aggrappavo con tutte le forze così come fa un suonatore di campane alla domenica con le sue corde e… zac: il sipario della nostra adolescenza si alzava e lo spettacolo poteva cominciare. Non di rado accadeva che vi fossero anche diversi spettatori affacciati ai balconi tutt’intorno, tra questi un paio di nonni dei miei amichetti di zona. Ogni tanto, nel corso delle nostre ‘accanite’ a due ruote fatte di slalom furibondi tra le sedie bianche in ferro del tavolo esterno, mentre pedalavo sbuffante cercavo di alzare lo sguardo per capire chi ci stesse osservando. E capitava spesso di vedere il nonnino affacciato al terzo piano, due piani sopra il nostro, mentre scuoteva il capo in segno di disappunto. In realtà temeva che suo nipote potesse fare molto peggio di noi se solo avesse potuto disporre del nostro stesso spazio!

Guardie e ladri, poi ruota contro ruota a chi casca per primo

Sul terrazzo non smettevamo mai di farci i dispetti con le bici. Giocavamo a guardia e ladri, quindi l’immancabile ‘ruota a ruota’ a chi cascava per primo. E una volta caduti ci rialzavamo e ci promettevamo vendetta! Poi, però, giù risate.. e botte di mamma con il battipanni!! Dopo qualche anno di questa tiritera, del nostro bel terrazzone al primo piano non rimaneva più un metro quadro di mattonella integra, tante erano state le cadute rovinose a scomporne la posa ordinata.

Una parte del terrazzo della casa al mare com’è ora, dopo avere effettuato il rifacimento

Oggi a scriverne o rileggerne.. ‘fà ride’, sembra più la scena di un videogame alla PlayStation. Epperò a quei tempi mica c’erano tablet, smartphone o smart tv. Anzi, fino alla fine degli anni Settanta lì non avevamo neppure il telefono fisso, figurarsi i telefoni cellulari. Che poi, ‘sta benedetta linea fissa in zona ce l’avevano davvero pochi: la maggior parte di chi abitava al lido era costituita da vacanzieri d’estate, non proprietari di case e nessuno o quasi aveva interesse a pagare la doppia bolletta ogni bimestre. Mio padre, patito della tecnologia, fece comunque installare un apparecchio dall’allora Sip, anche perché non voleva più fare la fila per accedere alla cabina telefonica davanti alla ‘cornetteria’ sotto casa. Le sere d’estate, quando le tariffe erano più contenute e soprattutto trovavi qualcuno che rispondesse dall’altro capo del filo, la coda arrivava quasi in mezzo alla strada.

Da brividi ripensare a quell’epoca, scomoda senz’altro sotto vari aspetti tipo questo, ma assai confortevole, riparatrice, chioccia, per tutto il resto. La rimpiango e ci piango molto sopra ancora oggi. Chi mi conosce bene sa quanto mi commuova al solo accennare a quegli anni. Fosse per me vivrei ancora lì, a rincorrere mio fratello con la ruota anteriore della mia ‘giardinetta’, a fare gli slalom tra tavoli e sedie, o tra nonna e mamma mentre sfilano in mezzo al bailamme con la cesta dei panni da stendere al balconcino laterale, quello ‘dove il vento lo senti fischiare per davvero ’. Le donne di casa comandavano e nel nostro caso se ti capitava di sfiorarle con la ruota..le buscavi eccome! A quei tempi funzionava così. Oggi mettereste la mano sul fuoco che non andasse fatto, che fosse un atteggiamento così profondamente sbagliato?

Tutto è fermo, ma non le bici

Ecco, a Tarquinia, dove tutto è fermo, anche il vento, conservo ogni mio ricordo più bello fino a un momento prima dell’incontro con la mia compagna e al momento in cui è nata nostra figlia. E’ uno scrigno socchiuso che svela i primi teneri innamoramenti, le scappatelle verso la vicina oasi naturalistica delle Saline (che mica era messa ‘bella bella’ come adesso!), le giornate trascorse con gli amici sotto la paillote allo stabilimento Tamurè, le pallavolate da record in acqua al tramonto con Luigi, Marco, Cesare e zio Cencio Corradi. Oppure le memorabili partite di calcio e tennis da Gigi, a ‘La Lanterna’ sulla litoranea di Sant’Agostino e da ‘Lajos’ ( vista l’incredibile somiglianza con l’ex calciatore Detari del Bologna, ndb) alla stazione ferroviaria.

Tutto è fermo, anche il vento. Nonostante tutto, nonostante il vento a Tarquinia non sia mai domo e perfino in grado di pedalare al posto tuo se sei bravo a seguirne la direzione come fa il surfista a 100 metri dalla riva, gran parte di quello che sono (mi rileggo davvero in pochi pregi e in numerosi difetti) resta fermo lì. Se a Tarquinia non ci siete mai stati scopritela, ne rimarrete piacevolmente sorpresi. Il paese dista un’oretta di autostrada da Roma, il suo borgo medioevale è disegnato con il pennello e chiedete agli abitanti delle famose trombe d’aria di fine estate o della tramontana che soffia, furente, nei mesi restanti. Scopritela in famiglia: il lido, per la cronaca, è tutta una pista ciclabile. Non solo sul lungomare, ma anche all’interno. Per mamma, papà e i bambini è un’esplorazione continua.

Tarquinia Lido (Vt), pista ciclabile su tutto il lungomare
Pista ciclabile anche all’interno

Tarquinia è mio padre, l’uomo che non sono mai riuscito a comprendere e ad amare come volessi: ‘una montagna troppo alta da scalare’ (cit.) , ma in quel posto magico per tutti noi è sempre rimasto affabile, mite, trasmettendomi perfino sicurezza. Se so andare in bici e guidare un’auto lo devo a lui, alla sua insospettabile pazienza con cui mi ha cresciuto in sella e, in seguito, al volante.

Ora, però, è tempo di richiudere lo scrigno dei ricordi, che la società attuale non ce lo consente. Ora non ci si può mostrare per come siamo, bisogna.. com’è che si dice (?).. ah sì.. bisogna dissimulare, alleggerire, saper compiere passi di lato. Essere…resilienti.

Ora siamo cresciuti tutti, anche se la passione per le due ruote è rimasta intatta. Nel corso degli anni sia io che mio fratello abbiamo conservato le nostre amate due ruote, ma vivendo in una città particolare come Roma abbiamo preferito andare in scooter. Però c’è sempre un..però: siccome il dna resta pur sempre quello, più avanti siamo tornati di nuovo a cavalcare selle e manubri, in seguito integrandoli con i monopattini elettrici.

Per quello che mi riguarda, in questo momento così complesso e dai contorni indecifrabili non posso far altro che aggrapparmi al mio passato, tenermelo stretto stretto. Grazie a questo tunnel spazio temporale del mio blog, posso ancora rimanere in sella alla mia bici sul terrazzone al mare. Dai, ancora un altro po’, poi (sigh) prometto che torno nel 2020/2021.

Nel frattempo faccio il tifo per chi sta provando a portare la mobilità dolce nella vita di tutti i giorni, rendendomi il presente quasi accettabile, dignitoso. Non m’importa più dei colori politici, mi importa solo che si aumenti il più possibile la quantità di piste ciclabili e isole pedonali in grado di far rivivere la mia bella città, Andare in bici a Roma anziché essere circondati da gomme e lamiere. Perché no?

Ecco, il mio auspicio ‘a tema’ per il 2021 è che gran parte delle (auto)strade della capitale si possano restringere sempre di più e che si rispettino sempre i limiti di 30/50 km all’ora.

Andare in bici ogni giorno della settimana, non solo il sabato o la domenica così da praticare un po’ di sport, dovrà essere reso davvero possibile, oltreché divertente, anche e soprattutto per i più piccoli. Proprio come ci capitava a noi tanti tanti anni fa sul terrazzo alla casa al mare.

Nel frattempo, grazie alla splendida esperienza del blog ho conosciuto e continuo tuttora a conoscere un sacco di gente che si batte da anni affinché questo possa accadere. Li ringrazio tutti di cuore per la pazienza e la passione con cui mi hanno voluto raccontare il loro punto di vista: in diretta streaming sul gruppo Facebook oppure al telefono, o magari quando ci siamo incrociati al volo, per strada, nel corso di un evento di ciclabilità urbana. Questi attori protagonisti di un movimento generoso e che parte ‘da basso’, rappresentano la bussola di una ‘vitadueruote’ con cui mi accompagno da anni. Ruote preziose, pedali infaticabili di una bicicletta che sembra sia sempre più a portata di molti.

BUON 2021 A TUTTI!!!!

6 Comments

  1. Roberto Cavallini
    Roberto Cavallini

    Bravo Roberto. Un bel racconto, un tuo Amarcord. Non è la Rimini di Fellini, ma la Tarquinia di Nassisi.

  2. Amalia Maria Amendola
    Amalia Maria Amendola

    Bello, bello, esattamente come la racconta tuo fratello! Ed emozionante

  3. Caro Roberto, sono Patrizia Marini, per Voi Patrizietta. Ti premetto che non so andare in bicicletta perché quando ero piccola non ne ho mai avuta una, questo naturalmente non mi ha creato nessun trauma, anche perché allora le bambine non potevano andare in bicicletta perché non avevamo ancora i pantaloni. Naturalmente questo succedeva nel mio piccolo paese di origine. Leggendo questi tuoi ricordi mi hai fatto tornare indietro di moltissimi anni. Mi ricordo le vacanze di Voi piccoli a Tarquinia insieme a nonna, mentre mamma ed io eravamo in ufficio a lavorare e a parlare di Voi. Tu e Claudio siete anche un po’ come miei figli e i miei lo sono per vostra madre. Ci conosciamo da 42 anni. Una vita. Ho letto i tuoi ricordi con molta emozione, perché i ricordi belli restano sempre in fondo al cuore. Grazie della tua bellissima scrittura sapevo che eri molto bravo. Ti auguro un anno pieno di cose belle che vorrai realizzare e che arricchiscano ancora di più la tua vita. Auguri di un buon 2021 a te e alla tua famiglia.

    • Troppo buona, cara ‘Patrizietta’.. come poterti dimenticare. La tua dolcezza e carineria hanno sempre accompagnato te, presumo anche mia madre (sotto quest’aspetto siete assai simili) e di certo me. Se mia madre è rimasta tranquilla, non ha subìto il pendolarismo spinto (3 ore di treno al giorno tra andata e ritorno) e ci ha potuto crescere al meglio, è stato senz’altro anche merito tuo e del vostro gruppo di colleghe/amiche inossidabili: di questi tempi davvero merce rara.Auguro il meglio a te e alla tua splendida famiglia.

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