Accendo il motore e uccido il cervo della mia libertà


Tra maggio e e giugno, in pieno lockdown, mia figlia di 5 anni e mezzo ha cominciato ad andare in bicicletta senza l’aiuto delle rotelline laterali. Non solo: pochi giorni dopo aver superato il periodo ‘di prova’, ci siamo perfino avventurati lungo le piste ciclabili in pieno centro a Roma. Un percorso affascinante, pur se non privo di insidie, compreso tra Viale Angelico, Lungotevere, Ponte della Musica e Viale Tiziano.  Una gran bella esperienza, soprattutto per me, grazie alla quale ho cominciato a misurarmi davvero con il concetto di ansia paternale.

Infatti, mentre Chicchi dava i suoi primi colpi di pedale senza l’aiutino, ero semplicemente terrorizzato all’idea di lanciarla nell’arena con i gladiatori, ovvero insieme a tutti quelli che si muovono ogni giorno a due ruote..si tratti di monopattisti o ciclisti. “Questi – pensavo e lo penso ancora – me la asfalteranno alla prima incertezza“. Tutto sommato però, ho registrato molti episodi di tolleranza e comprensione. In pista ‘Chicchi’ ha imparato anzitutto a non ondeggiare, a tenere la destra e a curare il rapporto tra lei e il mezzo. Non che abbia terminato di imparare ad andare in bicicletta, ma, insomma, sta un bel pezzo avanti.

Poi è subentrata la teoria dei vasi comunicanti. Da un a parte Chicchi che cresce con le sue sicurezze a due ruote e dall’altra,invece, io. Vengo chiamato d’urgenza al rientro in ufficio, ho l’abbonamento del treno scaduto e la Brompton a pedalata assistita venduta in ‘quattro e quattr’otto’. Eccola, allora, l’esigenza di dovermi pur muovere in qualche maniera. Sì, ok: aspetto l’arrivo di un’ebike Cube ultimo grido e ogni tanto accendo il mio monopattimo elettrico Segway. Ma, porco Giuda porco (cit.), eccolo lì: ho un ufficio distante, ma parecchio distante da casa mia, ho i treni a singhiozzo perché c’è l’orario estivo e siamo sotto disposizioni anti Covid. Infine, ho perfino cambiato l’ora in cui entro ed esco dall’ufficio: arrivo molto presto e vado altrettanto via presto. Insomma: una serie di fattori che al momento mi hanno allontanato da quella che era la mia quotidianità precedente, fatta di pedalate ad occhi chiusi mentre tutt’intorno era il risvegliarsi della città visto da una sella, non dal sedile di un’auto. Odori tra i più diversi si confondevano nelle mie narici e mi accompagnavano fino alla fermata del treno veloce che da La Storta (periferia Roma Nord Ovest) porta in centro città. Ora nulla di tutto questo e comincio ad avere rimpianti. Senz’altro, allora, si trattava di una partenza più faticosa (almeno nella sua primissima fase) ma tanto, tanto liberatoria. Sì, il punto d’origine era diverso da quello attuale.

Ora va a finire che Chicchi pedala senza troppi indugi ( e sono stra contento) mentre io, da par mio, infilo le chiavi dell’auto nel quadro, le giro in avanti e accendo il motore dell’auto. Non appena schiaccio l’acceleratore ho come la sensazione, netta, di sparare un colpo di fucile nel pieno volto di un cervo che mi sta fissando dritto negli occhi da almeno un minuto.  ‘Perché – mi chiedo -, perché tutto questo? Dove sta? Dove cazzo sta la mia vita a due ruote che conducevo?’ “Calma, vecchietto -mi ripeto da giorni – che tutto arriva a chi sa aspettare“.

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