Bici e bambini, il Bike to school che rischia di diventare Bike to home

Il rapporto tra bici e bambini dovrebbe essere il più naturale possibile. Veder camminare i propri figli per la prima volta è forse tra le prime due tre soddisfazioni della vita, ma vederli pedalare senza rotelle, sorridenti in sella e padroni del manubrio, è un’emozione in grado davvero di regalarti un senso di completezza.

Anna Becchi è dapprima madre, poi ciclista urbana e, da ultimo, coordinatrice del Bike To school, forse uno tra i progetti più interessanti che si sta provando a portare avanti da qualche anno in una città così complicata come Roma. Qui, è noto, stiamo ornai vivendo una guerra quotidiana tra ciclisti/monopattisti/pedoni e auto privata. Stiamo assistendo, per farla breve, alla lotta tra il piccolo Davide e il gigante (anche mediatico e lobbistico) Golia.

In tal senso il Bike To School osa contrapporsi, insinuarsi nella diatriba, in qualità di movimento di genitori e amanti delle due ruote in generale, in cui si crede nella mobilità dolce a tal punto da farla sperimentare perfino ai propri figli. Per questo non sono in pochi a guardare al Bike To School con l’occhio torvo, ma (per fortuna) sono anche in molti (ve lo garantisco) che vorrebbero avere il coraggio che ha questa gente nel mettere in strada i propri figli in un giorno di… ordinaria follia.

Chiamo Anna a metà pomeriggio di una giornata piovosa. L’audio è pessimo ma vado avanti lo stesso perché il pezzo ce l’ho in canna e voglio pubblicarlo ‘cotto e mangiato’. Non dovrei scriverlo, soprattutto perché non frega niente a nessuno, ma sono proprio incazzato. E’ venerdì 16 ottobre, il Covid torna sempre più a ruggire e, al momento, tra le contromisure da prendere in atto per arginarne gli effetti si parla sempre più di chiudere le scuole italiane (la Campania lo ha appena fatto) e romane. Si parla meno, assai meno, di ampliare l’offerta dei mezzi di trasporto magari attraverso un provvedimento d’urgenza. Autobus, treni regionali e linee di metropolitana al 90/95 per cento e non all’80 attuale, forse consentirebbero a tutti di poter continuare a seguire le lezioni in presenza. E da questo punto di vista, da genitore prima e italiano poi, mi attenderei un ulteriore scatto d’orgoglio del Governo del mio Paese, così da garantire un aumento dell’offerta dei trasporti. Un aiuto in più nei confronti delle nostre pubbliche amministrazioni, che da sole, con le risorse attuali, proprio non ce le fanno e non potranno mai assumere in quattro e quattr’otto centinaia di nuovi autisti o acquistare uno stock di autobus nuovi senza essere passati per le forche caudine della nostra paludosa burocrazia.

E allora, eccola la soluzione: oltretutto davvero a costo minimo. A Roma, dove vivo e lavoro, si sta provando a marciare in questa direzione, pur se tra mille difficoltà. Chi è in strada (a due ruote) tutti i giorni lo sa bene: le bike lane al posto giusto ‘sò ‘na cannonata!’. E ne servirebbero sempre di più. “Soprattutto in prossimità delle scuole, dice Anna Becchi al telefono. Eh già: davanti alle scuole…magari “installando rastrelliere, con la creazione di infrastrutture dedicate agli studenti che così si muoverebbero in bicicletta per davvero“.

Quello di Anna è un piano che qui ha il sapore dell’utopia visto che non si riesce ad attuarlo appieno, a metterlo a sistema, mentre altrove è la regola. Insegnare ai ragazzi come andare a scuola in bicicletta non è roba di fine Ottocento, ma un’azione bellissima e dall’utilità evidente: lo fanno in molti, un po’ ovunque tranne noi. Altrove salva la vita da inquinamento e incidenti stradali, qui invece la vita è salva solo se stai dentro l’abitacolo di un’auto. Per ore!

No, per le mie orecchie non è possibile continuare ad ascoltare le milleuno difficoltà a cui Anna va incontro per orchestrare ciò che non dovrebbe essere più un movimento di spinta iniziale, ma una vera azione quotidiana da portate avanti in modo collegiale. E in ogni dove. Invece si parla di genitori che prima iniziano, ci credono e poi mollano la presa perché sfiniti dalla fatica che comporta coinvolgere la gente a raggiera, sotto un’ala protettrice che poi, alla fine, non protegge più neppure loro stessi.

Sembra impossibile, ma alle soglie del 2021…in Italia, a Roma, qualcuno ancora ipotizza di chiudere le scuole per via dei mezzi pubblici affollati, mica di togliere il traffico che strangola autobus, tram e metro. Attraverso improbabili video di denuncia (verso cosa, poi: il taglio dei posti auto!!!) ci sono persone, esponenti politici, che contestano i primi, sparuti, chilometri di bike lane messi giù con fatica boia lungo alcune importanti arterie di comunicazione con il centro città. Infrastrutture che andrebbero man mano implementate e non interpretate come un ostacolo al parcheggio delle quattro ruote. Oppure come la scure che si è abbattuta sul già moribondo commercio al dettaglio.

Il Bike School è un’azione nobile, una proposta che va avanti da sette anni e che dovrebbe coinvolgere ogni Municipio non solo una volta o alcune volte al mese, ma almeno due tre volte a settimana. Non facciamolo diventare Bike for Home, cedendo ad egoismi e paure intollerabili. Sarebbe davvero una tragedia.

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